«Un’alleanza per l’educazione»

Il mondo giovanile al centro del secondo incontro dell'Assemblea diocesana

«Dobbiamo ascoltare i giovani per comprenderli: far loro sentire che li accogliamo e cerchiamo di entrare in sintonia con le loro gioie e le loro fatiche». È da questa priorità, indicata dal vescovo Gianrico Ruzza, che è ripartito il cammino della Chiesa di Civitavecchia-Tarquinia sulla sfida educativa. L’assemblea diocesana, svoltasi l’8 ottobre nella parrocchia San Felice da Cantalice, ha raccolto il testimone dell’incontro interdiocesano del settembre scorso a Cerveteri, trasformando la riflessione in un confronto concreto sulle strade da percorrere.

Dopo la preghiera iniziale con il conferimento del mandato ai catechisti, il vescovo ha introdotto i lavori proponendo una lettura ampia della questione educativa. Non soltanto una serie di iniziative da programmare, ma un impegno pastorale che interpella l’intera comunità cristiana e chiede di interrogarsi sulla capacità di comprendere le fragilità e le domande delle nuove generazioni. L’obiettivo indicato da Ruzza è quello di arrivare a «proposte chiare ed efficaci» capaci di tradursi in iniziative rivolte al contesto ecclesiale e civile, di favorire la nascita dei Patti educativi di comunità e di aprire nelle parrocchie un confronto autentico sulla condizione di ragazzi e giovani.

Al centro della relazione è stata posta la dimensione interiore. Riprendendo le indicazioni di Leone XIV, il vescovo ha sottolineato la necessità di offrire ai giovani «spazi di silenzio, discernimento, dialogo con la coscienza e con Dio», in un tempo segnato da una presenza pervasiva delle tecnologie e dell’intelligenza artificiale. 

«È urgente recuperare la dimensione interiore – ha osservato – e approfondire atteggiamenti eticamente corretti nei confronti delle nuove tecnologie». Una sfida che, secondo Ruzza, può diventare anche un’opportunità per «rimettere al centro dell’attenzione educativa e culturale la centralità della persona».

Educare significa infatti aiutare ciascuno a «essere di più», non semplicemente a possedere più informazioni o competenze. Significa accompagnare i ragazzi nella costruzione della propria autonomia, della capacità di scegliere e di assumersi responsabilità. Per questo, ha sottolineato il presule, occorre «formare le coscienze in un clima di libertà e di responsabilità», recuperando il valore del silenzio, dell’ascolto e della riflessione interiore.

Una prospettiva che chiama direttamente in causa la comunità cristiana. Ruzza ha rilanciato l’idea di una vera e propria alleanza educativa – un Patto – con la società civile, le famiglie, la scuola e gli altri soggetti che hanno responsabilità formative. «Entriamo nell’alleanza con le nostre competenze e le nostre proposte che nascono da una ricchezza antica», ha detto il presule, richiamando il «villaggio dell’educazione» proposto da papa Francesco e la necessità di mettere in rete esperienze e competenze per promuovere «la pace, la giustizia, l’accoglienza, il dialogo tra popoli e tra religioni».

In questo scenario assume un rilievo decisivo la qualità della relazione. «L’educatore è tanto più efficace quanto più si prende cura di chi gli è affidato», ha affermato il vescovo, indicando nell’ascolto, nell’accompagnamento e nella capacità di stabilire relazioni autentiche gli elementi essenziali di ogni percorso. 

Una comunità cristiana, ha spiegato, è realmente educante quando è credibile, quando accetta di lasciarsi interrogare e quando riesce a valorizzare le diversità e ad armonizzare i doni di ciascuno. E soprattutto quando «autenticamente vive di Vangelo» e riesce ad «accendere sempre quelle scintille che sono nel cuore di ogni giovane».

La relazione del vescovo ha così riportato al centro alcune delle provocazioni emerse nell’assemblea del 18 settembre: andare a cercare ragazzi e giovani nei «loro» luoghi, imparare i «loro» alfabeti, avere il coraggio di coinvolgerli realmente e, soprattutto, non lasciarli soli. «I giovani ci chiedono: lasciateci liberi, ma non lasciateci soli», ha ricordato il presule riportando una delle testimonianze e trasformando questa frase in una delle domande decisive per la comunità.

È su queste provocazioni che, al termine della relazione, si è sviluppato il lavoro dell’assemblea. Gli oltre 200 partecipanti si sono suddivisi in dieci gruppi per confrontarsi attraverso il metodo della conversazione spirituale, a partire dalle tracce proposte dal vescovo: «Sappiamo davvero ascoltare le domande profonde che abitano il cuore dei giovani e abbiamo il coraggio di proporre loro mete alte e orizzonti di senso esigenti?»; «Come possiamo fare?»; «Siamo disposti come comunità a metterci in gioco?».

Domande aperte, dunque, alle quali l’assemblea è stata chiamata a dare non soltanto una risposta teorica, ma a partire dall’esperienza concreta delle comunità.