Nel recente incontro con gli amministratori politici nelle diocesi di Porto-Santa Rufina e di Civitavecchia Tarquinia, il vescovo Gianrico Ruzza ha indicato alcune priorità nella formazione di comunità fraterne. Come contribuisce la Chiesa alla costruzione del bene comune?
Partirei dall’indicare quattro punti: pace, ecologia integrale, giustizia sociale e rispetto della dignità umana, quattro impegni valoriali che ci sollecitano ad un lavoro costante e continuo. Sulla pace dobbiamo investire ancora di più. Non a caso abbiamo deciso di aprire una sezione della pastorale sociale e del lavoro dedicata a pace e giustizia, come previsto anche negli orientamenti della Conferenza episcopale italiana. Ci impegneremo anche attraverso la collaborazione con associazioni che vivono proprio del valore della pace, a cominciare da Pax Christi, per avvalorare iniziative che creano una cultura e un’educazione alla pace, da sottolineare sia per i giovani sia per gli adulti. Per quanto riguarda l’ecologia del creato c’è un’altra sezione della pastorale sociale e del lavoro che si occupa animare alla cura della casa comune. Le iniziative sono tante, la prossima sarà il 25 settembre: un incontro con tutte le realtà degli ambientalisti o di coloro che hanno a cura la custodia del Creato nello spirito di papa Francesco e di Laudato Si’ per continuare a riflettere e promuovere tutto ciò che può essere di stimolo alle autorità pubbliche per la tutela del territorio, della salute e del creato. Sulla giustizia sociale, la nostra azione avviene attraverso tutte le comunità parrocchiali che si fanno carico del disagio e della sofferenza. Ovviamente in questo hanno un ruolo fondamentale le nostre Caritas diocesane, che operano in modo particolare, ma non solo, al centro Caritas di Ladispoli e a Civitavecchia nell’accoglienza degli sbarchi dei migranti e nell’accompagnamento dei detenuti in carcere. Cerchiamo semplicemente di tradurre in un linguaggio quotidiano e costante ciò che ci ha insegnato Gesù nel Vangelo. Non potremmo fare diversamente e chiunque la pensi in modo diverso deve sapere che sta pensando in modo diverso dal Vangelo, perché il Vangelo stesso ce lo chiede e noi cerchiamo di farlo, come ci insegna costantemente papa Leone. Del pontefice mi riferisco in particolare alla frase che ha detto durante il suo viaggio in Spagna quando ha sottolineato che lui si inchina alla dignità dei migranti, cioè di tutti quegli esseri umani che i benpensanti, anche delle nostre città, vogliono rifiutare e negare in modo tale da non vedere e chiudere gli occhi su una realtà che purtroppo è drammatica ma che dobbiamo cercare di sostenere con tutte le forze proprio per rispondere a ciò che ci ha chiesto il Signore.
Quale impatto ha sulla società l’opera di donne e uomini che dedicano gratuitamente il loro tempo ai più vulnerabili?
L’impegno della Chiesa e di tutto il cristianesimo per il disagio e la sofferenza nella povertà ha inizio con la prima comunità apostolica: negli Atti degli Apostoli è scritto che i primi discepoli mettevano ogni cosa in comune e tutti i beni venivano condivisi. Questo è l’orizzonte a cui dovremmo tendere. Il Concilio Vaticano II recupera tutta questa tradizione passata attraverso le diaconie nella chiesa dei primi secoli e l’opera di assistenza ai poveri nel medioevo e nel rinascimento, e in particolare nel secolo XIX e nel secolo XX.
Nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo Gesù afferma che il giudizio sarà basato su quanto amore abbiamo dato al carcerato, al malato, all’assetato, all’affamato, a chi è privo di vestiti. La nostra azione è cercare di fare quello che ci chiede il Vangelo e dunque di dare il vestito, da mangiare ma soprattutto la possibilità di una vita dignitosa a chi non la riceve o dalla società, o dalla disgrazia, o da eventi vari che l’hanno portato a una situazione di minorità e di emarginazione. Chiaramente questa è un’esperienza virtuosa perché le persone aiutate diventano persone più pacifiche, che possono riconciliarsi con la vita, ritrovare la speranza e per questo possono rientrare, attraverso una riabilitazione alla vita, in un percorso di normalità e di relazione positiva col mondo non più fatto di rabbia e di aggressività. Ci sono anche alcune situazioni patologiche, ma in questo caso la nostra presenza e il nostro servizio deve coordinarsi con il servizio pubblico e con le autorità competenti, cosa che facciamo regolarmente. L’attenzione è infatti al recupero della persona e alla sua riabilitazione rispetto a una vita che abbia le caratteristiche della dignità, del decoro e della pacificazione interiore. I nostri volontari operano per dare una testimonianza viva e appassionata, che ha a che fare con la carne ferita di Gesù, che cura le ferite, che si prende cura attraverso gesti di tenerezza nei confronti di persone che forse tutto attirano tranne che la tenerezza. Per questo il nostro agire viene giudicato come scandaloso, perché è qualcosa che a tanti può far paura e anche rabbia ma solo questo genera davvero un sentimento di carità e di amore veramente senza confini.
“Magnifica humanitas” ci dice che edificare nel bene domanda un linguaggio evangelico. Come educarsi all’invito di Papa Leone?
Il Papa chi chiede di rimanere umani. Il mio timore è che attraverso tanti percorsi, alcuni di questi legati anche alla tecnologia o la digitalizzazione, corriamo il rischio di passare nel disumanesimo. Oggi si parla tanto di transumanesimo, di post-umanesimo, ma a me sembra che a volte ci sia disumanità quando, per esempio, si disprezzano le persone, le si emarginano, le si considerano solo un problema. Recenti episodi di cronaca fanno pensare che la vita umana abbia sempre meno valore e che in fondo il giustizialismo possa sopperire a tutte le forme di attenzione, di rispetto, di carità, di relazione. Ecco, questo è disumano, cioè va contro la prospettiva dell’umanità che ci ha insegnato la storia e che ci insegna la tradizione giudaico-cristiana. Dobbiamo fare di tutto per riportare le persone all’idea che aiutare gli altri vivendo in relazione nella fraternità è la vocazione dell’uomo, creatura di Dio, che è in dialogo con Dio, e questo dialogo si fonde nel dialogo con gli uomini. Il Maestro dice nel Vangelo: «amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi; se avrete amore gli uni per gli altri vi riconosceranno e saprete che siete i miei discepoli».






