Domenica 11 gennaio, con la celebrazione eucaristica nella Cattedrale dei Sacri Cuori di Gesù e Maria inizia la visita pastorale del vescovo Gianrico Ruzza nelle due diocesi dalla Vicaria della Storta. Domenica 8 marzo, con la Messa nel Duomo di Santa Margherita, proseguirà nella zona pastorale di Tarquinia; a seguire le altre vicarie e zone fino a giugno 2027.
L’intervista al vescovo che presenta l’iniziativa.
Come nasce questa iniziativa?
L’idea è quella di mettere a frutto il cammino vissuto con grande entusiasmo e grande disponibilità da parte delle comunità, in questi anni del mio servizio nella diocesi di Civitavecchia-Tarquinia e in quella di Porto-Santa Rufina. Mi è sembrato bello e importante fare il punto della situazione, soprattutto alla luce dell’esperienza del cammino sinodale e dell’incontro con i territori che è andato al di là delle comunità parrocchiali. Sta tutto nel titolo che ho dato, per l’appunto “Incontro pastorale del vescovo con le comunità per la missione”. Non si tratta di una visita pastorale classica, che di norma ha un carattere prevalentemente giuridico. Desidero invece proporre un incontro davvero pastorale, che, pur tenendo conto della responsabilità di governo da parte delle curie diocesane, sia incentrato sulla relazione con le persone. D’altronde, è questo l’orizzonte teologico e pastorale proprio in questo anno che, come diocesi, abbiamo incentrato sulla responsabilità dell’essere annunciatori profetici di una speranza, di una bellezza e di una gioia che il Vangelo ci dona. Certo, alcuni uffici seguiranno più da vicino la visita, come, ad esempio, l’economato o l’ufficio catechistico per capire come sta andando il nuovo percorso dell’iniziazione alla vita cristiana. Ripeto quanto sia importante per me avere una tempestività nell’incontrare le comunità, per mantenere vivo l’entusiasmo acceso dal cammino sinodale. Andare in giro in questo momento nelle due diocesi è il tentativo per far capire alle persone che io voglio starci, perché, ripeto quello che ho detto nel pellegrinaggio giubilare a San Paolo, io vi voglio bene e desidero dirlo direttamente alle persone che mi sono affidate. Voglio metterci il cuore, le mani e la faccia in questo momento della storia di passaggio tra un pontificato e l’altro, nel quale papa Leone ci chiede di lavorare sul cuore e sulla sensibilità, per essere al tempo stesso, come diceva Francesco, annunciatori nel mondo.
Cosa si aspetta dagli incontri con le comunità?
Innanzitutto, voglio esprimere la mia riconoscenza ai parroci per la collaborazione che mi daranno, ma soprattutto per l’enorme, bellissimo, intenso lavoro che stanno facendo. So che i preti ci mettono veramente il cuore nelle cose che fanno, nonostante la complessa situazione dell’ambiente culturale in cui siamo e le giuste sollecitazioni provenienti dalle diocesi e dalla Conferenza episcopale italiana. A volte le proposte sembrano quasi ingigantire il lavoro ordinario, già di per sé molto denso, ma in realtà vogliono orientare temi e priorità ecclesiali e anche civili. Nei limiti della permanenza di tre giorni per comunità concorderò il programma sulle proposte dei parroci. In generale, incontrerò i consigli pastorali, i consigli degli affari economici, gli educatori, gli operatori pastorali e coloro che i parroci riterranno opportuno. Ci sarà inoltre la possibilità per chi vorrà di colloqui personali me.
Mi farebbe molto piacere che potessero partecipare anche coloro che non frequentano la comunità parrocchiale, ma questa è una possibilità che affido alla sensibilità dei parroci. Ci potranno essere momenti dedicati a rappresentanti delle istituzioni civili e a realtà associative particolari come i centri anziani, i luoghi del tempo libero dei giovani, il mondo del lavoro. Penso infatti che questa attenzione risponda all’azione di evangelizzazione della “Chiesa in uscita” raccomandata già da papa Francesco e sostenuta da papa Leone. Dove sarà possibile incontreremo anche gli studenti delle scuole superiori: una scelta dettata dal fatto che già intercettiamo una parte rappresentativa degli alunni delle elementari e delle medie attraverso i percorsi di catechesi.
Peraltro, la visita si inserisce nel momento di ridefinizione o avvio dei consigli pastorali parrocchiali.
Negli incontri con i Consigli pastorali parrocchiali mi auguro di far capire quale sia il senso di questo vitale organismo di partecipazione. Che non ha una natura ratificativa o assembleare, ma spirituale. Il Consiglio pastorale dovrebbe diventare lo strumento attraverso cui il parroco opera all’interno di un contesto. Uno spazio di preghiera, comunione, armonia e differenza nel quale egli senta che la corresponsabilità nella comunità non lo lascia isolato e solo, anzi lo mette al centro di un popolo come servo ma anche come autorità che guida questo popolo a nome del vescovo. Dobbiamo comprendere che il consiglio pastorale è un luogo di verifica, di discernimento e di incontro nel quale si prendono anche delle decisioni, in piena armonia e comunione con la diocesi. In questo senso il Consiglio pastorale scopre la dimensione di una comunità al servizio di tutta la comunità civile che vuole accompagnarne il bisogno fondamentale: quello della vita interiore delle persone da curare con mezzi e strumenti adeguati all’oggi. Sono molto fiducioso che quello che già fanno i parroci con i loro Consigli pastorali possa crescere ulteriormente proprio con la spinta del sinodo. D’altro canto, mi rendo conto quanto non sia facile per il clero abitare il cambio d’epoca attuale, come ci diceva papa Francesco. È complesso per tutti, non solo per la Chiesa, e rappresenta una grande e stimolante sfida. È affascinante pensare che siamo esattamente come nell’epoca apostolica: in un mondo non più religioso o sacro la nostra missione consiste nell’annunciare la forza potentissima che viene dalla sacralità del Vangelo.






