Non una minaccia da cui fuggire, né un idolo da adorare, ma una «nuova frontiera nella sfida dell’evangelizzazione da affrontare con nuovi strumenti». È questo il cuore del messaggio che il vescovo Gianrico Ruzza ha consegnato ai Consigli pastorali riuniti delle diocesi di Civitavecchia-Tarquinia e di Porto-Santa Rufina, incontratisi il 20 aprile presso la parrocchia della Santissima Trinità a Cerveteri. Il tema, denso di implicazioni per il futuro delle comunità, ha messo al centro il rapporto tra fede e tecnologia sotto il titolo: «Abitare la complessità: libertà, autonomia e sviluppo dinanzi all’intelligenza artificiale». L’incontro, che segue la giornata di formazione del clero delle due diocesi avvenuta sullo stesso tema, si è aperto con la relazione del presule, che ha subito inquadrato l’Intelligenza artificiale (IA) non come un evento isolato, ma come una trasformazione epocale. Riferendosi a Giovanni Tridente, relatore all’incontro dei sacerdoti, il presule ha definito l’IA come una disciplina che sviluppa algoritmi per «imitare l’intelligenza umana». Una definizione che può generare smarrimento, quasi che venga «eroso uno spazio della nostra vita», ma che va affrontata con l’atteggiamento suggerito dal magistero: «non vivere di paura rispetto all’intelligenza artificiale, ma al tempo stesso non vivere nemmeno di idolatria». Il vescovo Ruzza ha richiamato la necessità di un discernimento profondo, sollevato già da Benedetto XVI e rilanciato con forza da papa Francesco, fino ad anticipare l’attenzione che Leone XIV sta dedicando al tema. Siamo immersi nel cosiddetto «digitocene», un’era di trasformazione paragonabile alla rivoluzione industriale. In questo contesto, la Chiesa è chiamata a ricordare che la vita umana non è un «prodotto», ma un «dono». Il vescovo ha ammonito: «la fede ci chiede di non fuggire, di non arrenderci, di non guardare con eccessiva euforia tutto questo, perché in realtà noi possiamo essere comprensibili e possiamo risolverci solamente nella realtà umana e quindi nella realtà della vita interiore».
Per comprendere meglio lo strumento, sono intervenuti Simone Ciampanella e Alberto Colaiacomo, degli uffici per le comunicazioni sociali delle due diocesi. Ciampanella ha offerto una spiegazione tecnica del funzionamento delle macchine, per smitizzare il fatto di avere a che fare con macchine che “pensano” e che sembrino “umane”. L’intelligenza artificiale compie delle operazioni su degli input inseriti dell’uomo. L’uomo pensa, l’IA calcola, «potrebbe essere intesa come una calcolatrice». Anche la sua capacità di autoapprendimento è conseguenza di una programmazione umana. La macchina non sa cosa sia un gatto, ma sa che una sequenza di numeri «probabilmente corrisponde a un gatto». Allo stesso modo, il linguaggio colloquiale che crea confidenza con l’utente è frutto di un calcolo su miliardi di esempi. Ha concluso ricordando che l’IA non possiede un’etica propria: essa opera sulla base dell’etica e dei comandi che le impone o non le impone chi la addestra e la programma.
Alberto Colaiacomo ha invece spostato l’attenzione sui rischi sociali ed etici, a partire dal «divario digitale» che rischia di aumentare le disuguaglianze. Un punto critico riguarda la proprietà degli strumenti, quasi tutti in mano a privati: «quando non c’è il prezzo, il prodotto sei tu», ha ricordato, spiegando come i dati inseriti nelle piattaforme gratuite diventino di proprietà delle grandi aziende. Tuttavia, non mancano le opportunità per la vita della Chiesa.
Colaiacomo ha citato l’esempio dei lavori sinodali a Trieste, dove un sistema di IA «chiuso» ha permesso di analizzare e far convergere le relazioni di mille partecipanti in un documento finale condiviso. Uno strumento potente per la partecipazione, se usato con consapevolezza. Dopo le relazioni, i partecipanti si sono divisi in dieci gruppi di lavoro per rispondere a domande concrete sull’uso dell’IA nella vita quotidiana e sulle sue possibili applicazioni pastorali.
L’obiettivo indicato dal vescovo non è stato quello di produrre verbali sterili, ma di far emergere «un sogno, una suggestione, una proposta» che possa aiutare a progettare il nuovo anno pastorale. Sensibilità diverse si sono confrontate all’interno dei gruppi con esperienze di competenza e di uso differenti fra loro. Ci sono però dei punti condivisi tra tutti. È innanzitutto la formazione il tema ripetuto, la comunità cristiana deve favorire la consapevolezza nei giovani e nei loro educatori, sia a livello tecnico, sia nel discernimento critico. Dal punto di vista pastorale diversi consiglieri hanno registrato la possibilità e facilitazioni nell’applicazione della tecnologia alla pastorale. Ad esempio, l’AI può favorire la creatività, specialmente nei ragazzi con disturbi dell’apprendimento, e rappresentare così un’opportunità per gli educatori di entrare nel loro linguaggio e nel loro mondo, favorendo maggiore prossimità e comprensione. Il rischio, dunque, non riguarda la tecnologia in sé, ma la delega alla macchina di ciò che è tipicamente umano. Sebbene l’IA possa potenziare la conoscenza o persino aiutare nella vita spirituale, essa «non può sostituire la relazione, l’incontro e non può trasformare il sentimento del cuore». La sfida per le comunità di Civitavecchia-Tarquinia e Porto-Santa Rufina è ora quella di abitare questo nuovo mondo con la «sapienza della fede», rendendo la tecnologia un servizio all’amore, e non un suo sostituto, per orientare la vita alla luce dell’amore e della verità.
Federico Boccacci e Giovanni Soccorsi
segretari Consigli pastorali diocesani









