Venerdì Santo: «l’amore è più forte della morte»

«Chi potrà mai pensare che quell’uomo abbandonato e condannato, maltrattato e sfigurato sia in verità il Salvatore del mondo?». È la domanda con cui il vescovo Gianrico Ruzza ha aperto la sua omelia nella liturgia della Passione del Signore che si è svolta nella Cattedrale di Civitavecchia.

«In tempi come i nostri – ha detto il pastore -, in cui conta solamente la forza e la vittoria militare, un’immagine del genere è realmente provocatoria e direi quasi minacciosa». Dinanzi a questo orrore, il presule ha invitato a non distogliere lo sguardo dalla tortura e dal rifiuto subiti dal Servo di Jahwè. Commentando l’«Ecco l’uomo» di Pilato, Ruzza ha rintracciato in Gesù il volto di ogni essere umano «emarginato, sofferente, apparentemente perdente» e «offeso nella sua dignità».

Citando Dostoevskij, ha ricordato che la fede passa attraverso il «crogiuolo del dubbio», ma approda alla consapevolezza che «non c’è niente di più bello, di più profondo, di più perfetto che il Cristo».

Il cuore dell’omelia si è poi soffermato sul Getsemani, descritto non come luogo tenebroso, ma come il «giardino dell’amore» dove il «fiat» di Gesù dà inizio a una «nuova creazione». In questo orizzonte, il dolore non è fine a sé stesso ma «diventa fecondo», trasformando la morte in un passaggio alla vita.

L’invito finale per la comunità diocesana è stato quello di lasciar vivere il Cristo in noi, affinché la nostra desolazione diventi speranza: siamo chiamati a «sudare sangue» con i fratelli soffrenti per trasformare ogni loro Getsemani in un «giardino di Resurrezione». Solo così, accostandoci al «trono della Grazia», l’uomo ritrova ristoro e la via verso i «pascoli della vita eterna».