Mercoledì 11 febbraio, alle ore 18, nella Cattedrale San Francesco d’Assisi di Civitavecchia celebreremo nella nostra diocesi la XXXIV Giornata Mondiale del Malato. Una Messa Solenne che vedrà riuniti i malati con i loro familiari, gli operatori sanitari, i numerosi volontari che si dedicano alla loro cura e i cappellani che sono nei nosocomi e nelle case di cura.
In occasione di questa giornata, Papa Leone XIV, nel suo messaggio, ci invita a riflettere su «La compassione del Samaritano: amare portando il dolore dell’altro».
In un’epoca segnata da una cultura della fretta e dell’immediatezza, che spesso ci rende ciechi davanti alla sofferenza, il Santo Padre ci ricorda che la compassione non è un’emozione passeggera o una teoria astratta sull’amore, ma un “verbo che si muove”, una forza concreta capace di trasformare il tempo e lo spazio. Per questo, gli ambiti in cui siamo chiamati ad abitare le sofferenze – le corsie degli ospedali, i presidi sanitari, i centri di assistenza ai poveri e ai fragili -, non devono essere visti come luoghi di mera efficienza tecnica, ma come quella «locanda» della parabola evangelica dove l’Altro cessa di essere un ostacolo per diventare l’Incontro.
La compassione autentica, ci insegna il Samaritano, comincia dal ritmo: è l’arte di rallentare il passo per lasciare che la vita del ferito irrompa nella nostra, sospendendo la corsa verso il “più urgente” per riconoscere il Dio che passa nel volto di chi soffre. Non possiamo amare chi non lasciamo esistere nel nostro tempo, eppure oggi rischiamo di perdere umanità proprio perché abbiamo smarrito la capacità di lasciarci intercettare dal dolore altrui. La cura richiede un contatto fisico e spirituale, come accadde a san Francesco d’Assisi — di cui quest’anno ricorre l’ottavo centenario del transito — quando l’abbraccio a un lebbroso cambiò la sua amarezza in dolcezza d’anima e di corpo.
Questa vicinanza è fondamentale all’interno delle nostre strutture sanitarie, dove i cappellani e i volontari svolgono un ruolo insostituibile: essi sono i moderni “albergatori” che ricevono in consegna l’uomo ferito, rendendo la prossimità una responsabilità condivisa e mai solitaria. Il loro servizio non è filantropia, ma partecipazione all’amore di Cristo che purifica e trasforma ogni gesto in dono.
Tuttavia, non possiamo guardare al malato senza volgere lo sguardo anche al personale sanitario, medici e infermieri duramente provati da carichi di lavoro e responsabilità che spesso superano le forze umane. Papa Leone XIV, nell’esortazione apostolica Dilexi te, ci ammonisce che la salute di una società si misura proprio dalla capacità dei sani di servire i malati e dall’impegno dei medici nel non abbandonare chi chiede aiuto. La compassione cristiana deve quindi farsi Chiesa, creando una rete di sostegno che non si esaurisce nell’urgenza del farmaco, ma che sa abitare il dolore e attraversarlo insieme all’altro. Solo abbattendo la distanza e scegliendo di lasciarci ferire dall’amore possiamo diventare strumenti di guarigione, consapevoli che il vero rimedio alle ferite dell’umanità è uno stile di vita fraterno e solidale.
Don Herbert Djibode Aplogan
direttore Ufficio per la pastorale sanitaria





