«Raccontiamo la gioia che abbiamo visto e ascoltato»

La lettera pastorale del vescovo Gianrico

«Carissime sorelle e carissimi fratelli in Cristo, abbiamo iniziato l’anno pastorale che dedichiamo alla nostra vocazione missionaria, ad essere missionari in quanto battezzati e ad esserlo nel mondo con le sue contraddizioni e fragilità». Con questo saluto, il vescovo Gianrico Ruzza condensa il senso della lettera di inizio anno pastorale rivolta alle diocesi di Civitavecchia-Tarquinia e di Porto-Santa Rufina, pubblicata il 23 novembre 2025, Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’universo. «Pregando e riflettendo ho elaborato queste pagine che spero possano aiutare le comunità ad incarnare lo spirito della missione per annunciare con gioia il Vangelo», annota il pastore presentando il brano degli Atti degli Apostoli nel quale radica il suo messaggio: è il capitolo quarto dove Pietro e Giovanni professano la fede in Gesù, morto e risorto, davanti ad anziani e scribi, affermando: «Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato», verso ispiratore del titolo della lettera: “Raccontiamo la gioia che abbiamo visto e ascoltato”.

La lettera integrale (formato pdf ebook)

Un testo sinodale
Il testo raccoglie un percorso di riflessione vissuto nello stile sinodale. In esso confluiscono la traccia di preparazione alle assemblee diffusa in estate, i tre incontri ecclesiali, quello interdiocesano a Cerveteri con le quattro testimonianze e i due appuntamenti diocesani di Civitavecchia e di Valle Santa, dove le due Chiese locali hanno approfondito nei laboratori il vissuto personale e comunitario della missione, immaginando come questo debba continuare a crescere. Il testo riporta in apertura il quarto capitolo degli Atti degli Apostoli, dal quinto versetto al ventunesimo. Segue il saluto alle diocesi e lo sviluppo in otto sezioni aperte da altrettanti versetti del brano di Atti: la sete, la grazia, il kerygma, la risposta, la paura e l’ostilità, la scelta della missione, gli ambiti di una rinnovata azione missionaria, possiamo sognare. Nella modalità espositiva scelta dal pastore, i contenuti emersi dagli incontri assembleari trovano significato e direzione attraverso il confronto con la Parola di Dio e lo sguardo evangelico offerto da san Francesco, da papa Francesco e papa Leone e dalla venerabile Madeleine Delbrêl, mistica e poetessa francese e dal cardinale Carlo Maria Martini.

I contenuti
Anche oggi, scrive il vescovo, come al tempo di Gerusalemme davanti al “fenomeno Gesù” c’è «una grande sete di autenticità dove sorge una domanda di verità, talora mal espressa o confusa». Il vescovo parte dalla considerazione che oggi sono le nostre città, i nostri paesi, tutti i nostri ambiti di vita i luoghi di una nuova “missio ad gentes”, dove «noi siamo missione, in modo particolare se riusciamo ad ascoltare gli altri, la loro vita, le loro sofferenze per poi comunicare loro la sicurezza e la fiducia nella vita». In un’epoca di crescente individualismo e frammentazione è la relazione personale e comunitaria a muovere all’incontro con l’altro, a patto che la relazione stessa nasca dal rapporto di ciascun battezzato con Gesù. «Pensando ai giovani – commenta – dobbiamo dire che essi sono i primi a chiederci di essere ascoltati e compresi, con le loro originalità, con le loro peculiarità, talora vere provocazioni ad una cultura perbenista che alligna nelle nostre comunità tradizionali».

Colmanti di grazia
È un compito possibile da onorare se ci si sente «colmati di Grazia: la vita sacramentale e – prima ancora – la relazione profonda con la Parola di Dio ci sostengono nella testimonianza che offriamo della nostra fede e ci illuminano se riusciamo a proclamare la “differenza” che la fede genera nella nostra vita» perché «Se hai incontrato Cristo, sei nella gioia: la missionarietà è contagiosa e comporta il coraggio dell’annuncio e la pace nel cuore con i quali è possibile sfidare l’indifferenza e l’ostilità». Quella “differenza” «viene dal kerygma, dall’annuncio di Cristo che consegna la vita, accetta la sofferenza, entra nella morte, depotenzia il Nemico dell’uomo e risorge dagli inferi, manifestando la vittoria definitiva su tutte le negatività dell’esistenza umana». Sono tutti i discepoli chiamati a «narrare il Vangelo» affrontando le sfide presenti nella società moderna come quelle in ambito antropologico, morale e sociale per «costruire ponti costituiti dall’amore e dalla pazienza per “riagganciare” il cuore e la vita di tanti che si sono allontanati dalla relazione con Cristo». Fino a destare quello stupore e quella meraviglia provati da coloro che ascoltavano gli apostoli. Spiega il vescovo: «un annuncio fatto con il cuore, una testimonianza resa con incisività, un atteggiamento di carità e di servizio esercitati con generosità parlano al mondo più di mille parole sapienti».

Tenerezza e misericordia
Tenerezza e misericordia preparano il terreno fertile nel quale può attecchire il seme dell’annuncio. Eppure, la sua diffusione può provocare ostilità e paura, quelle stesse espresse dal sinedrio, ma «Pietro e Giovanni scelsero di non obbedire al comando umano, alla legge positiva organizzata artificiosamente e “politicamente” dalle autorità impaurite e corrotte». Innamorati della parola che ha cambiato la loro vita, gli apostoli mostrano ai discepoli, di ieri e di oggi, quel fuoco alimentato da Vangelo e sacramenti che conduce alla «rivoluzione dell’amore». Un amore che si declina nella prossimità alle persone, alle quali ci si accosta con la consapevolezza di non essere protagonisti ma lasciando «allo Spirito di agire in prima persona, prestando la propria disponibilità». Lo Spirito di Dio sceglie di essere in contatto con le donne e gli uomini di ogni tempo e di ogni situazione, nel lavoro come nella scuola, nell’educazione come nella comunità parrocchiale «dove la coerenza tra parole e gesti è il primo annuncio da dare “ad intra”». Se tutto questo è il “dove”, il “come” della missione spinge a «tirare fuori Dio dal tabernacolo e portarlo nel cuore di tutti» evidenzia il vescovo citando un’affermazione emersa nei laboratori, legata a un’altra: «Sono stata terra di missione della comunità e per questo sento il diritto di fare altrettanto».

Sono tanti i “mondi”, ovvero i luoghi e le situazioni indicati che sono “terre di missione.” Dal cammino sinodale le diocesi di Civitavecchia-Tarquinia e di Porto-Santa Rufina hanno consolidato relazioni con ambiti già abitati e avviato rapporti con altri, per così dire “ad extra”. Agricoltori, artisti; pubblici amministratori, commercianti, ambito sanitario, sport, musica e spettacolo, giovani negli spazi pubblici senza un elemento aggregante specifico, la realtà del disagio economico e morale, l’attenzione alla solitudine degli anziani e delle persone che non hanno una famiglia propria. «I luoghi per la missione della missione sono innumerevoli e la creatività pastorale può individuarne sempre di nuovi e di “urgenti”», scrive nel testo. Accennando al percorso missionario dai secoli scorsi ad oggi il pastore individua poi alcune differenze tra i contesti dell’azione missionaria del passato e quelli di oggi. C’è uno spostamento oggettivo dell’asse sociale del cristianesimo, conseguenza dell’egemonia culturale originata dopo l’affermazione del razionalismo e del pensiero positivista con un sistema economico sempre più aggressivo. Va poi rilevata la questione antropologica con domande sulla vita, sulla tecnologia e sulla comunicazione. Avvicinando i territori diocesani si presentano sfide specifiche: «penso in particolare alla realtà dell’agricoltura e della pesca; così come alla sofferenza per il cambiamento climatico e alla difesa di un territorio tanto bello quanto delicato; ed ancora all’aggravamento dei segni del disagio giovanile, sia nella parte di città metropolitana che ci compete, sia negli altri comuni».

Le risposte
In riposta alle sollecitazioni del tempo le diocesi stanno già operando in contesti rispetto ai quali il vescovo domanda che la missione sia «stile di vita accompagnata da un’autentica empatia», come promuovono da anni gli uffici missionari. A iniziare dalla formazione liturgica e spirituale che deve avere un valore prioritario: il progetto di nuova iniziazione cristiana “Generare alla fede” ha mosso i primi passi nei mesi scorsi. Segue l’ambito culturale e politico: «sarà opportuno far crescere le occasioni di formazione all’impegno socio-politico soprattutto attraverso la Scuola di formazione “Custodi del futuro”». Continuando con la “Scuola della Tenerezza” nell’ambito della pastorale familiare. Centrale l’azione delle Caritas diocesane e dei due uffici di pastorale sociale e del lavoro che ascoltano le fatiche «a partire dalle parole del Vangelo». «Per “far atterrare” il cammino fatto finora e calarlo nella realtà delle nostre parrocchie» il pastore annuncia «l’incontro pastorale con le comunità per la missione nelle due diocesi, che si protrarrà dal gennaio 2026 al giugno 2027. «Parliamo, allora, dei sogni che portiamo nel cuore» conclude il vescovo elencando i desideri condivisi dalle persone: relazioni fraterne, missione nella quotidianità, comunità coese, corresponsabilità, centralità della parola e «il sogno che l’uomo riscopra la sua umanità».